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Tucci e il Nepal degli anni Trenta

Child labourDalla fine degli anni ’20 al 1956 Tuccì andò molte volte in Nepal, anche per mesi, per reperire manoscritti e pezzi d’arte e per studiare con il guruju, il precettore della famiglia del primo ministro e del re, il pandit, capo di tutti i pandit del regno, il venerabile Hem Raj Sharma.

Ma come era il suo Nepal? Fino al 1950-1951, anno in cui ci fu la Rivoluzione contro il governo dispotico di primi ministri della famiglia Rana, la cui carica era ereditaria dal 1846, il paese era rimasto sostanzialmente lo stesso da centinaia di anni. I Rana lo avevano completamente isolato, nessuno poteva entrare se non per “elevastissime ragioni di studio”, come ci dice Formichi, né i nepalesi potevano uscire, eccezion fatta per i mercanti, che commerciavano specialmente con il Tibet, e i pellegrini, che visitavano i luoghi santi del Buddhismo e dell’Induismo.

Uno dei problemi maggiori era entrare nel paese perché non c’erano strade ben tenute, né ponti: i Rana dicevano che non le costruivano per paura che fossero invasi. In realtà lo facevano semplicemente per non fare spostare la gente e per poterli isolare e governare (dispoticamente) meglio. L’altro problema, che continua fino ad oggi, è la fame.

Negli anni ’30 per arrivare alla Valle di Kathmandu Tucci ha attraversato parte la giungla malarica del Terai, che divide India e Nepal, in treno, in carrozza di prima classe, rileggendo e integrando la lista dei manoscritti da chiedere a Hem Raj, sul tavolino accanto alla tazza di chai ben caldo. È l’alba e porta un fazzoletto sul viso per difendersi dalle zanzare che si stanno svegliando; si affaccia ogni tanto per vedere le bestie feroci che vanno ad abbeverarsi ma, all’arrivo della locomotiva che sbuffa e stride, tigri, rinoceronti e gazzelle scappano, ancora non avvezze all’uomo. D’altronde, si deve sostare nella giungla il meno possibile perchè il kalazar, la leishmaniasi viscerale, e l’aoul o aul, la malaria, sono endemici. Nel Terai per otto mesi imperversa la temutissima febbre della malaria modificata, che miete più vittime della fame. Scriverà in Nepal. Alla scoperta dei Malla, del 1960, dopo l’ultima spedizione in Nepal del 1956, italianizzando ancora le parole straniere alla maniera fascista:

Fino alla metà di dicembre la strada del Terai è chiusa perché la malaria uccide in pochi giorni lo sconsiderato che vi si avventuri. Il prefetto mi fece capire che, se anche lo stimolo del guadagno avesse persuaso gli incerti a sfidare la giungla, egli avrebbe dovuto distoglierli dall’impresa. La ragione del rifiuto era appunto che per un altro mese ancora – eravamo già alla fine di novembre – il Terai non lascia passare nessuno; se avessi puntato su Nepalganj, per quindici giorni ancora avremmo dovuto avventurarci in una delle sue parti più tristi. Come per quasi nove mesi la sosta nel Terai sia rischio di morte appresero a proprie spese i soldati della Compagnia delle Indie quando tentarono di invadere il Nepal per quella via.

Mi resi conto di questo terrore; del resto non dimenticavo che pochi giorni prima avevamo incontrato un moribondo, tornato dalla zona pestifera, che stava spirando agli alberi della strada. Scelsi pertanto un altro sentiero che, senza evitare il Terai, riduce di qualche giorno la permanenza nella parte pericolosa.
Tre specie di malattie funestano i luoghi; viene innanzi tutto il gior, la febbre, un contagio di forma più benigna che si manifesta con brividi e febbre, soprattutto la notte. Ben altra cosa è l’aul, che in qualche settimana uccide; ma di tutti il più tremendo è lo scit, che in quattro o cinque giorni conduce a morte. La parola scit vuol dire «freddo»; perché essi pensano che il morbo sia causato dalla nebbia spessa che, al calar del giorno, monta dalla terra e tutto avvolge in una cortina viscida e silenziosa. Ogni cosa ne è impregnata, come di un sudore freddo che imperla l’erba, gli alberi e le rocce, e che soltanto il sole, il mattino dopo, a poco a poco dissolve. Probabilmente si tratta di una perniciosa contro la quale i viandanti sono sprovveduti, come accadeva allora dappertutto nel Nepal, dove, su sette milioni di abitanti si pensava che più di cinque fossero malati di malaria e calazar e dove, fuorché nella capitale e in qualche altro maggior centro, mancava l’ombra del più modesto soccorso medico.

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L’autore

Enrica Garzilli Enrica Garzilli è specialista dell’Asia moderna e dell’Oriente, si è laureata in sanscrito alla Scuola Orientale di Roma con i più amati allievi di Giuseppe Tucci, ha continuato gli studi sull'Asia moderna a Delhi e ad Harvard, e lavorato in università prestigiose in Italia e all’estero. Collabora regolarmente con quotidiani, periodici, televisioni e radio. Leggi la biografia completa.

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