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20
Feb

La scienza e l'irrazionale per Tucci

Parlavamo di Tucci e la scienza ed ecco quello che scrisse nel 1978, nella prefazione alla ristampa di Santi e briganti nel Tibet ignoto, del 1937, che descriveva la spedizione nel Tibet occidentale del 1935:

La dimora talvolta protratta per non pochi giorni in alcuni monasteri, il camminare fianco a fianco con i pellegrini ed i monaci itineranti, hanno reso questi due viaggi ricchi di esperienze; un contatto diretto ed ispiratore con gente che vive in altra dimensione. Un premio Nobel pochi giorni fa ha scritto che l’uomo per il settantacinque per cento è ragione; il venticinque per cento è accaparrato dalle tendenze spirituali o mistiche. Io credo che non dobbiamo essere troppo orgogliosi perché dicasi che apparteniamo alla specie dell’homo sapiens; sapiens non è la stessa cosa che saggio: alludo alla scienza e alla ragione, la quale è un computer, e come tutti i computer impersonale, gelida, insensibile; l’uomo è soprattutto l’immenso tumulto dell’irrazionale da cui salgono improvvise le fantasie e le immaginazioni, dove egli ritrova se stesso e abbraccia l’infinito, non solo lo abbraccia ma se ne impossessa in esaltazioni e sublimazioni che ci sollevano a meditazioni, gaudi o tormenti i quali ci avviano ad afferrare quel Vuoto-Tutto in cui è pace; e del resto anche nella scienza le anticipazioni, le scoperte, raramente nascono dal calcolo e dal discorso ragionato; la scienza stessa progredisce ed avanza per i lampeggiamenti di intuizioni inattese, talché, quando queste intuizioni sconvolgono la certezza cristallizzata della scienza, tutto il mondo accademico, la tradizione, grida all’eresia. No, io non tengo affatto alla mia parte razionale che può tutto dimostrare; con il sillogismo più corretto si dimostra sia l’esistenza sia la non esistenza di Dio. Ma resta certo il mistero e non come un limite ma come un possesso, il sole della nostra divina solitudine. E così nel corso della spedizione del 1935 volli sperimentare io stesso le liturgie sottili che sommuovono tutto l’io, liberano aspettazioni stupefatte e pavide e ricevetti dall’abate di Saskya l’iniziazione. Così nacque il titolo ambiguo di questo libro: l’interesse dello studioso non si lascia spersonificare dalla scienza, ma ho cercato di viaggiare oltre che sulla terra anche nei trepidi e prodighi tesori del nostro profondo.
Ma di questi gaudi non si può fare discorso: sono tesori che si custodiscono nel fondo dell’anima e più uno ne parla e più essi si offuscano.

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