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Dic

Formichi parla del suo allievo - II

lezione di grammatica sanscrita(Da qui) Evidentemente ci troviamo di fronte a quel dono di natura che consente ad alcuni uomini privilegiati d’imparare con stupefacente facilità e in brevissimo tempo le lingue magari le più difficili. Giuseppe Tucci, in altri termini, possiede in massimo grado quello che da noi si suole chiamare il bernoccolo linguistico.

Se non che, tale dote spesso si limita a creare il poliglotta, vale a dire, quel pappagallo umano che vi può parlare, leggere e scrivere in un gran numero d’idiomi, può servire da prezioso interprete o bibliotecario, ma è assolutamente privo di capacità e d’attitudine alla indagine scientifica. Novantanove su cento il poliglotta è un uomo di poco ingegno e, in un certo senso, un ignorante.

Nel Tucci la miracolosa facilità di apprendere le lingue si associa con un temperamento scientifico di primissimo ordine, vale a dire con la sete, la passione del sapere, la quale rende l’uomo come invasato, ossessionato dall’unica idea d’imparare, ricercare, chiarire, e lo costringe a passare le ore del giorno e della notte fra i libri, le pergamene, le carte, i ruderi. Si tratta d’una specie di martirio volontario nel fondo del quale l’uomo trova una dolcezza che diventa la ragione stessa della sua esistenza. (continua)

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