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29
Nov

Buddhismo tibetano, politica e polemiche

Ho letto in ritardo, ma con un certo stupore, l’articolo di Adriano Màdaro, curatore della mostra Tibet, tesori dal Tetto del Mondo che si è aperta il 20 ottobre a Treviso. Il pezzo si intitola “Mostra sul Tibet, la politica non c’entra”.

Premetto che non appartengo a nessuna associazione o partito politico e amo la cultura sia cinese sia tibetana, che ho avuto il privilegio di studiare a Roma con maestri quali Luciano Petech e Paolo Daffinà. Petech, come si sa, è stato anche una delle massime autorità a livello mondiale sul Tibet, dopo il suo maestro Giuseppe Tucci, ed è stato presidente dell’ International Association for Tibetan Studies negli anni 1989–1995.

Mi sono stupida dell’articolo per diversi motivi. Perché il dottor Màdaro definisce Ambrogio Ballini “il più noto indologo e studioso del Buddismo del Novecento”? E’ l’unico al mondo a pensarlo. Poi cita la sua definizione del tutto obsoleta, già al tempo, del buddhismo tantrico o Vajrayāna del 1949. Ballini dice del buddhismo del Tibet che “tutto ciò segna l’ultima degenerazione della dottrina dell’Illuminato…”. E Màdaro aggiunge: “Sottolineo la parola degenerazione”.

A sostegno delle tesi di Ballini e del “giudizio ─ storico e scientifico ─ sul Buddismo tantrico lamaista tibetano” che dà lo stesso Màdaro, cita “il Prof. Luigi Visintin, famoso geografo e curatore dell’autorevolissimo Calendario Atlante De Agostini”. Tralascio il fatto che la parola “buddhismo” si scrive ormai da decenni con la h, dato che deriva da Buddha (e dalla radice sanscrita budh, svegliarsi): buddismo è un modo obsoleto di scriverlo, dovuto ai diktat ortografici del purismo del regime fascista, che prima informalmente e poi con una legge del 23 dicembre 1940 vietò l’uso delle parole straniere.

Riporta Màdaro che “il famoso geografo” Visintin afferma che “il Lamaismo, forma corrotta di Buddismo, è la religione di questo strano paese (Tibet) fatto di monasteri…”. Come se un geografo fosse l’autorità suprema per dare spiegazioni scientifiche sul buddhismo o sulla storia delle religioni in genere.

Perché nella sua definizione di buddhismo tibetano Màdaro non cita Giuseppe Tucci (1894-1984), l’esploratore e tibetologo famoso in tutto il mondo come studioso di prima mano, su testi e reperti reperti archeologici buddhisti, induisti e bon? Dalle sue otto famose spedizioni in Tibet e Ladakh (1931-1948) riportò tesori, manoscritti, xilografie, foto; fu professore di Lingua e letteratura cinese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e, in seguito, di Filosofie e Religioni dell’India all’Università di Roma; fu accademico della Reale Accademia d’Italia e promotore della fondazione dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (IsMEO), di cui fu vice presidente esecutivo dal 1933 (anno della sua fondazione) fino alla chiusura del 1943, e poi presidente dalla riapertura del 1947 al 1978. Fondò il Museo Nazionale d’Arte Orientale e negli anni Cinquanta dette inizio all’archeologia italiana in Asia. Andò anche in Nepal, primo italiano dopo i missionari del XVIII secolo, e vi compì cinque o sei spedizioni.

Ricordo dell’enorme mole di scritti di Tucci solo due delle decine di opere, traduzioni originali e monografie sul Tibet, famose e tradotte in tutto il mondo – anche in cinese: i quattro volumi (in più tomi) di Indo-Tibetica (1932-1941) e il superbo Tibetan Painted Scrolls (1949), una delle opere più importanti che esistano sull’argomento perché molte delle opere raffigurate nelle foto sono scomparse. I primi due volumi di Tibetan Painted Scrolls, 798 + xv pagine, parlano delle thangka tibetane, le pitture religiose su tela o seta che vengono conservate arrotolate e in inglese sono chiamate, per l’appunto, scroll. Descrivendole, Tucci fa una vera e propria storia della religione, dei simboli e delle visioni del lamaismo, delineando quindi la storia del Tibet. Il terzo volume è un portfolio di ben 256 fotografie originali fatte durante le sue spedizioni. Le esplorazioni, questi studi e l’opera originale e instancabile sul Tibet e il buddhismo Vajrayāna di Tucci hanno illuminato intere generazioni di studiosi – e hanno aperto la strada di questi paesi ai geografi e ai visitatori.

Prima ancora che tibetologo sin dal 1915 Tucci fu anche sinologo e la sua Storia della filosofia cinese antica (1922) è stata, che io sappia, il primo manuale italiano sull’argomento e uno dei primi del mondo. Pubblicò studi e traduzioni dal cinese. E il suo Apologia del confucianesimo / Su Sung Ku; tradotta dall’originale manoscritto cinese da G. Tucci per il famoso editore A. F. Formiggini, nel 1925, rimane un piccolo capolavoro.

Non so se Màdaro sa che nel 1973 Tucci non andò neanche a salutare il Dalai Lama in visita a Roma per non disturbare i rapporti dell’IsMEO e del governo italiano con la Repubblica popolare cinese – visto che le relazioni diplomatiche bilaterali tra l’Italia e la Repubblica Popolare Cinese erano iniziate formalmente solo pochi anni prima, nel 1970. Non si può quindi tacciare Tucci di parteggiare per il Tibet o per il buddhismo tibetano. Si può giustamente citare come il maggior tibetologo italiano mai esistito, e uno dei maggiori in tutto il mondo, senza il rischio di scontentare nessuno.

Ecco quello che scrive Tucci, genio riconosciuto a livello internazionale degli studi orientali e del buddhismo, nella voce Lamaismo pubblicata sull’Enciclopedia Italiana (1937):

Il buddhismo infatti trionfò, specialmente perché accolse e sanzionò culti e credenze bon po così radicate nella coscienza tibetana da diventare insostituibili. Anche oggi ogni passo di montagna, ogni fonte, ogni bosco ha le sue divinità tutelari che bisogna propiziare o recitando preghiere o innalzando i rdo bum, cioè accumulando mucchi di sassi a ricordo dell’esorcismo o della preghiera detta dal passante o annodando, mentre si prounciano formule determinate, bandierine di stoffa (dar lcog) ai bastoncini che li sormontano, o compiendo cerimonie speciali quando si costruisce una casa o si fabbrica un ponte.

Il buddhismo tibetano, insomma, è una religione originale e nello stesso sincretica e ha incorporato riti e miti bon precedenti alla diffusione di questa religione nel paese. Il Vajrayāna non è una degenerazione dell’originale buddhismo indiano: semmai, un arricchimento a livello ritualistico e iconografico.

Nel discorso di commemorazione di Alessandro Csoma de Körös, il pioniere degli studi scientifici tibetani, pronunciato nel 1942 a Kolozsvár, in Ungheria, Tucci dice:

La solitudine e gli spazi del tetto del mondo, che sembrano la proiezione geografica dell’infinito, avevano accolto nelle serene inviolabilità dei loro silenzi la quintessenza della saggezza indiana. […] Ma più vana impresa sarebbe intendere senza l’aiuto degli esegeti tibetani la significazione mistica della liturgia tantrica di quella gnosi indiana […]. Il Lamaismo è la dilatazione di quella gnosi, un formalistico meccanizzarsi dei suoi riti, che offuscò e intorpidì la suadente efficacia delle liturgie antiche, un lento trapassare dalle contemplazioni della palingenesi mistica degli eletti al torpore dei giornalieri uffizi nelle larghe radunanze conventuali. Ma se lo spirito di quella gnosi si è così offuscato, illanguidito, qualche volta perduto, il suo simbolismo sopravvive nel culto lamaista e ne rappresenta la interiore struttura spirituale e liturgica: chi la ignora, fatalmente fraintende e travisa il Buddhismo tibetano.

Il simbolismo del buddhismo tibetano racchiude quindi in sé lo spirito originale della gnosi indiana “e ne rapporesenta la interiore struttura spirituale e liturgica”.

Nel 1934 Tucci aveva scritto sulla missione del 1933 in Tibet:

Con questo materiale raccolto sarà ormai possibile fare uno studio completo su uno dei più antichi e più celebri monasteri del Tibet intero e col sussidio dell’ampia letteratura mistica di cui quest’arte non è altro che l’espressione simbolica potrà intendersene tutta la riposta significazione.

Questo è il maggior contributo di Tucci allo studio dell’iconografia buddhista tantrica, oltre alla scoperta e al recupero dei vari tesori artistici e alla documentazione che, talvolta, è l’unica cosa che ci rimane di templi e oggetti d’arte: l’aver attestato che le rappresentazioni religiose – terrifiche, benigne, mitologiche, ecc. – non erano frutto di superstizione e non rappresentavano solo quanto di magico il lamaismo aveva preso dai culti locali della religione bon o dall’induismo, ma erano il segno grafico e il simbolo della letteratura o il mezzo visivo per raggiungere un particolare stato mistico, erano una traccia, segnavano segnavano un percorso per raggiungerlo.

Come nel caso dei maṇḍala – su cui Tucci pubblicò uno dei libri più belli e tradotti a livello internazionale e il primo dedicato all’argomento, il mirabile Teoria e pratica del Mandala, con particolare riguardo alla moderna psicologia del profondo (1949). I riti del Vajrayāna non rappresentano la degenerazione dell’originale buddhismo indiano ma derivano dall’aver incorporato culti locali e di altre religioni.

Anche la Cina riconosce da decenni l’importanza degli studi di Tucci, che nell’esplorazione del 1937 nel tempio di Iwang ha isolato il cosiddetto “stile di Samada” nell’iconografia buddhista. Nel 1990, il Tibetan General Cultural Relics Survey Team (cinese) ha investigato su Iwang; il lavoro nel 1992 è stato portato avanti dal Tibetan Bureau of Cultural Relics, unitamente all’università di Sichuan. Nel 2004 il monastero si era ulteriormente deteriorato; ma il governo della Repubblica popolare cinese ha riconosciuto l’importanza basilare di Iwang per lo studio dell’arte buddhista cinese dell’XI secolo e l’importanza di Tucci nello scoprirlo e determinarne la tipologia.

Per la sua opera Tucci ha ricevuto più di 30 premi e prestigiosi riconoscimenti internazionali, oltre alle lauree e gli incarichi scientifici ad honorem. I suoi lavori sono una tappa imprescindibile per chiunque al mondo voglia intraprendere lo studio scientifico del Tibet e del buddhismo tibetano.

Eppure, Màdaro ha scelto, per descrivere questa religione, l’oscuro Ballini e un geografo! La mia domanda è: perché? La rivolgo a lui stesso: perché, dottor Màdaro? Sembra quasi che sia per sostenere la tesi della “degenerazione” del buddhismo tibetano.

Sembra anche, ma ammetto che mi è stato solo riferito e quindi prendo l’informazione cum grano salis – sarebbe tutta da verificare -, che nella conferenza di apertura della mostra Màdaro abbia detto che Tucci e Maraini non contano come tibetologi. È vero?

Maraini, compagno di Tucci nella spedizione del 1937 e di un tratto di quella del 1948 e autore di Segreto Tibet (1951), un libro divulgativo e avvincente tradotto in tutto il mondo, non si può definire un tibetologo, cioè uno che ha studiato la lingua e la cultura del Tibet in modo scientifico. Ma con le sue opere e le sue foto stupende ha fatto conoscere il paese al pubblico di mezzo mondo in modo diretto, fruibile, godibilissimo. Non è un tibetologo in senso stretto, non è uno scienziato degli studi tibetani, benché con questo libro abbia avvicinato al Tibet e la sua cultura intere generazioni di lettori. Ma non conta niente per gli studi tibetani? E soprattutto, davvero Tucci non conta niente?

Visto che il giudizio di Màdaro sul buddhismo tibetano ha poco di scientifico, mi chiedo perché sia stato dato. Perché la scelta di citare le parole di studiosi assolutamente secondari sul buddhismo, visto che Ballini non è neanche considerato un buddhologo, sia in Italia sia all’estero, e Visintin è inesistente nel ramo della tibetologia e della buddhologia. Sembra quasi, in tutta onestà, che il suo giudizio sia stato dato con altri scopi, che esulano dal contesto scientifico.

Ma se così non fosse, perché voglio credere che Màdaro sia uno studioso bona fide, gli consiglierei di iniziare a studiare il buddhismo Vajrayāna proprio dai libri di Tucci, per squarciare quel velo dell’ignoranza che, si sa, è la prima causa della reincarnazione.

E questo l’ha detto il Buddha stesso, il principe indiano originale, non un qualsiasi degenerato lama tibetano!

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L’autore

Enrica Garzilli Enrica Garzilli è specialista dell’Asia moderna e dell’Oriente, si è laureata in sanscrito alla Scuola Orientale di Roma con i più amati allievi di Giuseppe Tucci, ha continuato gli studi sull'Asia moderna a Delhi e ad Harvard, e lavorato in università prestigiose in Italia e all’estero. Collabora regolarmente con quotidiani, periodici, televisioni e radio. Leggi la biografia completa.

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